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Come abbiamo scritto nel nostro appello la campagna per il centenario non vuole essere una rievocazione storica dell’Ottobre, nè tantomeno la sua celebrazione liturgica, ma un’occasione concreta per tornare a “pensare la rivoluzione”. Iniziamo, dunque, col dare spazio a una serie di contributi capaci di mettere a tema la questione.

La torsione pacificante di una Rivoluzione immaginaria
di Carlos Contreras

Il centenario della Rivoluzione d’ottobre sta producendo una multiforme sovrabbondanza di rievocazioni. Trova posto nel mainstream mediatico un ricordo tutto sommato benevolo, chiaramente liquidatorio (la Rivoluzione come “colpo di Stato”, compromessa dall’inizio alla fine, matrice originaria del nazifascismo e della Seconda guerra mondiale: questo il timbro culturale nazionale del XXI secolo), ma attento, in fin dei conti, a circoscriverla nelle condizioni materiali che la produssero: la miseria popolare della Russia zarista; la Prima guerra mondiale; l’ingresso delle masse nella cittadella della politica, fino ad allora presidiata dalla gestione notabiliare; eccetera. La Rivoluzione come curiosità storica, di cui si può parlare senza timore di suscitare alcuna immedesimazione politica da parte dei potenziali lettori.
Di converso, nella sinistra sta trovando spazio una forma celebrativa che, tentando di salvaguardarne una attualità, prescinde completamente dai rapporti materiali che la informarono. E’ il concetto meta-storico di Rivoluzione a suscitare interesse, piuttosto che la Rivoluzione d’ottobre come evento storico, dei risultati che ha conseguito, delle difficoltà cui è andata incontro. Insomma, in larghe fasce della sinistra l’Ottobre sembra trattato come spunto per parlare d’altro, di cose giudicate più interessanti o attuali.
Queste tensioni commemorative, apparentemente agli antipodi (l’una che disattiva la Rivoluzione come opzione legittima; l’altra che vorrebbe riattivarne il senso politico, riconsegnandola all’attualità delle scelte praticabili), procedono parallele, ma paradossalmente convergono nel considerare definitivamente chiusa l’esperienza e il senso politico incarnato dall’Ottobre. Trattato come curiosità o come spunto narrativo, ambedue le visioni contribuiscono all’incomprensione dell’Ottobre. Un’inattualità tutta politica: da sinistra a destra, l’Ottobre non è più considerato riproducibile, men che meno può servire da esempio concreto di una prassi politica. Finalmente, sembrano gridare queste rievocazioni, possiamo parlarne senza l’ansia della sua materialità. In questo modo però viene tradito di fatto il senso storico di quell’evento, se ne perdono i consigli che questo può dare a una sinistra in crisi di legittimazione.
Dicendo questo, non si vuole affermare che oggi sia direttamente proponibile quella specifica modalità rivoluzionaria (l’assalto al Palazzo d’inverno; la costruzione di un partito operaio di quadri militanti-militari; l’organizzazione clandestina nelle fabbriche; eccetera). Significa piuttosto tracciare un bilancio critico di quel processo rivoluzionario, cogliere quei nodi in qualche modo generali che la Rivoluzione sviluppò, valutare l’azione messa in campo dal partito bolscevico. Insomma, ragionare di rivoluzione aggirando il problema di come questa effettivamente si produsse non faciliterà alcuna riflessione, ma contribuirà all’incomprensione trasversale di quell’evento, relegandolo al mistero.
Il processo rivoluzionario russo continua invece a parlarci. Nella sua profonda inattualità, dovuta alla ritirata storica delle lotte di classe nel nostro paese, scava nelle domande che il proletariato costantemente si pone, certo implicitamente e nella necessaria forma mistificata odierna, nei suoi variopinti tentativi di emancipazione. Il rapporto tra politica e morale, ad esempio, oggi carburante decisivo che alimenta la forza dei populismi; il rapporto tra professionalità e politica, anch’esso all’ordine del giorno nello scontro tra tecnici (“preparati”) e politici (“incompetenti”); il rapporto, anch’esso determinante, tra base e vertice dell’organizzazione politica; il ruolo della rappresentanza politica come traduzione delle lotte di classe nei rapporti di forza e di potere; il comunismo come “etica dei limiti” entro cui ricondurre uno sviluppo umano sostenibile, contrapposta al consumo continuo di bisogni indotti dal modello capitalista: decine di questioni simili sono state non solo pensate nella catarsi rivoluzionaria, ma sono giunte a una sintesi collettiva. Una sintesi opinabile, da aggiornare o da recuperare, ma con cui non si faranno i conti se persisterà la rimozione ideologica dell’Ottobre come evento concreto, storicamente determinato, materialmente portato a compimento da un soggetto collettivo contraddittorio e risoluto.
La Rivoluzione d’ottobre non è un evento disponibile ad essere piegato alle convenienze ideologiche di questo o quel soggetto in cerca di legittimazione. Oggi che non provoca più alcuna paura, può essere celebrato o rivendicato a piacimento, di fatto pacificato e non più strumento di agitazione nella lotta politica. Oggi nessuno, a parte commoventi ma innocue operazioni testimoniali, se ne serve come congegno nella contesa ideologia tra visioni politiche concorrenti. Questo non poteva non portare alla completa immaterialità e a-storicità della Rivoluzione e dello stesso comunismo. Oggi il comunismo si confonde in una pletora di rivendicazioni plurali, particolari, pulviscolari, quanti sono i soggetti individuali che lo pensano e lo piegano alle proprie necessità. Bisognerebbe invece affermare che il comunismo è stata una cosa precisa, e che storicamente non può confondersi con ciò che non è stato, né probabilmente sarà mai. Bisogna proseguire nell’analisi critica di ciò che è stato, nei suoi successi come nei suoi molteplici fallimenti. Da cui tuttavia non si può prescindere, pena l’idealizzazione di una metafisica del soggetto che però è l’esatto contrario dei rapporti materiali che informano ogni rivoluzione comunista.