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La funzione del partito, in quanto prepara la rivoluzione, ne fa nello stesso tempo e con pari intensità sia il produttore che il prodotto, sia il presupposto che il frutto del movimento rivoluzionario delle masse (G. Lukács, Lenin)

Capitolo Primo: il partito combattente
L’eresia leniniana
Uno dei fenomeni più significativi che la Prima guerra imperialista inaugura è l’inizio del tramonto degli Stati – Nazione. La guerra tra blocchi imperialisti inizia a delineare uno scenario all’interno del quale mappe e territori cessano di coincidere, mentre è la dimensione internazionale della politica ad assumere un ruolo decisivo. L’unico strumento efficiente ed efficace che il proletariato può mettere in campo in tale scenario è pertanto l’Internazionale proletaria e comunista, ma non solo. Ciò che Lenin mette a fuoco è un’altra idea di maggioranza, questo è il punto. Classicamente – questo era stato il tratto dominante della II Internazionale – la strategia dei partiti socialdemocratici mirava a conquistare la maggioranza all’interno del proprio proletariato. I confini nazionali, al fine del lavoro politico della socialdemocrazia, coincidevano con i confini obiettivi nei quali si muoveva il partito. Lo sviluppo dell’era imperialista impone una radicale revisione di questa strategia. Ciò che va conquistato, avendo a mente sempre lo scenario internazionale, è la maggioranza delle masse proletarie i cui destini non possono legarsi a quelli dell’imperialismo. Si passa in qualche modo da una concezione aritmetica dello sviluppo della rivoluzione ad una marcatamente geometrica.
Dentro la crisi della Seconda Internazionale, Lenin sviluppa appieno la concezione di una nuova Internazionale in grado di agire come partito combattente dentro l’intero fronte di classe ma, ed è questa la “forzatura” decisiva che Lenin impone, la definizione di tale fronte non potrà più avvenire avendo a mente i confini politici dell’era pre-imperialista. Se il tratto della guerra imperialista è, e non potrebbe essere altrimenti, immediatamente internazionale, anche la guerra civile rivoluzionaria deve rielaborare l’idea dei fronti di combattimento. Proprio intorno alla dimensione oggettiva che la guerra ha imposto, Lenin modella la futura Internazionale, la quale non potrà più essere la semplice sommatoria dei vari partiti nazionali, ma un organismo unitario e centralizzato che assume in sé la direzione del conflitto su scala internazionale. Ma tutto ciò cosa comporta? Fondamentalmente una cosa: i partiti nazionali diventano “divisioni” obiettivamente subordinate al “quartiere generale internazionale” e come tali devono comportarsi. Si puntualizza all’interno di questo passaggio la necessità di riconoscere, in ogni circostanza, il “cuore del politico” intorno al quale deve ruotare per intero la politica comunista. Si tratta di elaborare a partire dalla nuova fase imposta alla politica dalla nuova forma imperialista, una visione strategica in sintonia con i tempi. È a partire da tale stringente necessità che Lenin elabora la sua teoria sull’imperialismo, condensata in Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916). Un testo che, contrariamente alle letture “tradizionali” che ne sono state date, ha ben poco dello scritto “analitico” e “scientifico”: l’attenta analisi della trasformazione economica conseguente al dominio del capitale finanziario è certamente un aspetto presente nel testo ma non decisivo; piuttosto, a Lenin preme evidenziare le conseguenze politiche che l’era imperialista si porta appresso, osservate dal punto di vista della strategia proletaria.
Quanto il conflitto imperialista produca un’accelerazione non secondaria nell’elaborazione del “pensiero strategico” leniniano, e quanto le influenze del pensiero militare abbiano delle ricadute importanti per Lenin, è possibile coglierlo nelle conclusioni alle quali giunge a proposito della direzione che la strategia proletaria deve assumere dentro la guerra. I lunghi anni della II Internazionale avevano contribuito, attraverso una lettura “evoluzionista” del marxismo, ad accantonare l’ipotesi insurrezionale e rivoluzionaria, legittimando appieno la via pacifica e parlamentare al socialismo. Tutto ciò in virtù di una lettura del marxismo focalizzata intorno allo sviluppo delle forze produttive. Una lettura che rendeva in qualche modo possibile fare di Marx un esegeta dell’evoluzionismo. In tale visione il paese in cui il capitalismo si mostrava maggiormente sviluppato era anche quello maggiormente prossimo al socialismo. In poche parole il socialismo non sarebbe stato altro che il frutto maturo che il capitalismo avrebbe sviluppato dal suo grembo e che il proletariato si sarebbe dovuto limitare a cogliere. All’interno di tale scenario, per forza di cose, l’insurrezione, ossia la forma violenta della conquista del potere politico, perdeva ogni legittimazione politica. Giunta al punto massimo del suo sviluppo storico, la borghesia non avrebbe potuto fare altro che farsi da parte e consegnare il futuro al proletariato. Su tale ipotesi aveva a lungo scavato il riformismo. Senza, almeno formalmente, rinnegare il marxismo lo aveva addomesticato in chiave gradualista.
Per Lenin, invece, il problema si pone in termini completamente diversi. È in questo frangente che Lenin elabora la teoria della “catena imperialista”. I blocchi imperialisti non sono altro che una concatenazione di anelli uguali nella loro sete di conquista ma dissimili quanto a forza e consistenza. Tuttavia, se non vogliono soccombere, devono obbligatoriamente misurarsi con le sfide che l’epoca imperialista impone loro. All’interno di tale scenario emergeranno alcuni anelli forti della catena e altri deboli. Proprio agendo su questi ultimi, argomenterà Lenin, il proletariato può realisticamente pensare di vincere. Tutte le forze del movimento rivoluzionario dovranno, pertanto, essere concentrate là dove fare breccia si presenta concretamente possibile. Ritroviamo in questo preciso momento la riformulazione in chiave politica della teoria militare del cuneo che la strategia militare successivamente, nel corso della II Guerra mondiale, porterà sino alle estreme conseguenze. È all’interno di tale passaggio che, in Lenin, pensiero politico e militare si fondono nel “pensiero strategico” del partito rivoluzionario.
Far saltare l’anello più debole della catena imperialista per Lenin significa non circoscrivere la possibilità della rivoluzione solo e unicamente a un determinato territorio ma trasformare quel territorio in una solida “base rossa” dalla quale, a partire dai rapporti di forza venutisi a delineare, dilagare dentro il territorio nemico, inteso come sistema imperialista mondiale. Allo stesso tempo, come le regole della guerra insegnano, a fronte di una prima vittoria è sempre possibile il contrattacco delle forze nemiche: un’offensiva della controrivoluzione che potrebbe ( dal momento che le sorti della guerra, di tutte le guerre, non possono mai essere decise in anticipo) porre il conflitto in una momentanea situazione di stallo. A questo punto, il territorio conquistato, diventa la “testa di ponte” su cui attestarsi in previsione di una nuova offensiva. Per questo motivo, anche uno sfondamento limitato, deve essere difeso, custodito e rafforzato come il bene più prezioso da tutto il proletariato internazionale e dalla sua organizzazione. Ritroveremo questa tesi quando, andando ancora una volta controcorrente, Lenin è pronto ad accettare una pace di Tilsit (il trattato di Brest-Litovsk del 1918) pur di consolidare e rafforzare la “testa di ponte” che l’Ottobre obiettivamente rappresenta per le sorti del proletariato internazionale.
Ma torniamo alla “forzatura” leniniana in merito alla conduzione della guerra rivoluzionaria dentro la fase imperialista e al conflitto da questa scatenato. Con ogni probabilità, dice Lenin, la guerra acutizzerà le contraddizioni degli anelli deboli della catena imperialista. È lì che il proletariato rivoluzionario dovrà portare l’affondo. Non si può eludere la guerra ma è possibile piegarla alla causa della rivoluzione. Per questo, mentre lavora alla costruzione della nuova Internazionale epurata dall’opportunismo e dal riformismo, Lenin non dimentica di polemizzare, con la stessa intensità usata nei confronti dei traditori del socialismo, con tutte quelle forze che, nei confronti della guerra, non vanno oltre a una critica moralistica priva di prospettive. Il problema non è demonizzare la guerra ma mettere a punto l’arma politica attraverso la quale, il proletariato, potrà volgere a suo favore il conflitto. Ancora una volta il problema non è la fuga o l’esodo dalla realtà ma in che maniera starvi dentro, da comunisti.
La guerra, se da una parte ha mobilitato gli opportunisti, dall’altro ha messo in campo anche tutta una serie di forze d’opposizione, le cui posizioni oscillano tra il pacifismo e l’estremismo. Nei confronti dei pacifisti dell’epoca che passano il loro tempo a manifestare la loro avversione morale alla guerra, Lenin ha parole al contempo ironiche e di fuoco. Essere contro la guerra è una parola d’ordine priva di qualunque sensatezza. La guerra ci sarà e nessuno sarà in grado di fermarla. Affermarlo, nella migliore delle ipotesi, è un’ingenuità o, come puntualmente si è verificato, un modo per distogliere il proletariato dal compito e dall’opportunità che la guerra gli offre. Cosa dice Lenin nel momento in cui l’imperialismo scatena il massacro? Quale deve essere la strategia del partito rivoluzionario dentro la guerra? A quali compiti deve attendere? Sinteticamente quattro. Primo: occorre battersi e mettere a frutto ogni energia rivoluzionaria per far sì che, agli occhi delle masse, sia messa chiaramente a fuoco la figura del nemico. In che modo? Spiegando alle masse che il vero nemico non è il soldato che si trova dall’altro lato della trincea ma il sistema imperialista internazionale del quale, la propria borghesia, è parte costitutiva. Il vero nemico, pertanto, non è il soldato che porta la divisa di un altro colore ma il borghese la cui unica divisa è quella del denaro. Il nemico più vicino con cui i soldati e gli operai hanno a che fare è la propria borghesia imperialista. “Il nemico è in casa nostra” rappresenterà la sintesi di ogni attività, sul piano della propaganda, dell’agitazione e dell’organizzazione del partito verso i soldati, gli operai e i contadini.
Secondo: organizzare il disfattismo rivoluzionario tra le file del proprio esercito e, al contempo, organizzare nuclei, cellule, comitati di soldati rossi i quali, educati loro malgrado dalla borghesia alla scienza militare, si organizzino per puntare le armi contro la propria classe dominante. Demoralizzare in continuazione il proprio esercito, esasperare i conflitti sempre più marcati tra soldati e ufficiali, eliminare, ogni qualvolta se ne presenti l’occasione, i quadri dirigenti del proprio esercito, disgregare la disciplina interna al proprio esercito, rendere vani gli ordini degli ufficiali e dei generali.
Terzo: sabotare in continuazione, con ogni tipo di tattica, le proprie retrovie in modo da rendere sempre più acute e drammatiche le difficoltà in cui la propria borghesia si viene a trovare. Sabotare la produzione militare, rendere inservibili i trasporti, inefficaci le comunicazioni. La propria borghesia, nelle retrovie, deve trovarsi di fronte a una situazione non diversa da quella in cui si ritrova la carne da cannone in prima linea.
Quarto: lavorare incessantemente al fine di “Trasformare la guerra imperialista in guerra di classe rivoluzionaria”, in altre parole finalizzare ogni grammo della forza che il partito è in grado di smuovere per preparare l’insurrezione. Questo è l’unico modo al contempo realista e rivoluzionario di affrontare la guerra. Essere contro la guerra mentre questa divampa non ha alcun senso. Il problema, piuttosto, è il modo in cui vi si sta dentro. A segnare la reale linea di confine tra i rinnegati che parlano di pace ma, in contemporanea, votano i crediti di guerra e si mobilitano al fianco delle borghesie imperialiste e i rivoluzionari, è l’incessante lavoro che questi devono compiere per rovesciare la guerra contro i suoi mandanti, le borghesie imperialiste di tutti i paesi, iniziando a regolare i conti con la propria.

Sul filo del tempo
La “linea di condotta” attraverso la quale Lenin affronta la “questione guerra” non rappresenta una novità ma il “semplice” punto di approdo di uno stile di lavoro che lo aveva contraddistinto in almeno due momenti decisivi della storia del movimento rivoluzionario. Come nella polemica sullo sviluppo del capitalismo in Russia, all’interno della battaglia politica condotta contro i populisti, Lenin non si era posto il problema di essere contro la nascita del capitalismo ma di organizzare le forze che lo avrebbero affossato, adesso, di fronte alla guerra imperialista, per lui il vero problema non è esserle contro ma la maniera in cui le forze coscienti della classe operaia e del proletariato devono starvi dentro al fine di piegarla a proprio vantaggio. La guerra è un fatto che non può essere ignorato e neppure condannato semplicemente sul piano morale. La guerra imperialista va criticata sul piano della prassi, lavorando alla sua trasformazione in guerra di classe rivoluzionaria. Compito dei rivoluzionari è preparare l’insurrezione non stilare lacrimevoli petizioni sulle brutture del conflitto. Ma a tornare presente nel ragionamento leniniano è soprattutto lo stesso “metodo” sperimentato nel Che fare? e che, di lì a poco ritroveremo nella polemica condotta contro la sinistra del partito bolscevico e dei socialisti – rivoluzionari a proposito della pace di Brest Litovsk.
Lenin è un politico che non parla mai per dare aria ai denti e perciò misura con estrema attenzione ogni sua parola. Così come prive di senso sono le opposizioni pacifiste alla guerra non meno efficaci si mostrano le forze che, di fronte a quanto sta accadendo, vaneggiano su una guerra alla guerra o su una proclamazione di sciopero insurrezionale generale che, alla prova dei fatti, non riuscirebbe a entusiasmare che piccole cerchie la cui consistenza è comparabile a quella di una qualche setta talmudica. Per Lenin, un rivoluzionario non deve mai giocare con le parole e tanto meno innamorarsi dei suoni che, indubbiamente, le frasi rivoluzionarie sono in grado di suscitare. Cosa vuol dire, si chiede Lenin, lanciare la parola d’ordine della guerra alla guerra quando, come la disfatta della II Internazionale ha ampiamente dimostrato, il proletariato non ha più un’organizzazione? Chi è in grado, nei fatti, di condurre questa guerra? Quali sono i distaccamenti “concreti” di cui il proletariato può disporre? Dov’è il suo esercito? È pensabile, attraverso le modeste mobilitazioni che i rivoluzionari sono in grado di organizzare, di bloccare in pochi giorni l’intera macchina burocratica e militare che l’imperialismo ha messo in campo? È possibile, sulla base dei rapporti di forza esistenti, reggere lo scontro militare, perché di questo si tratta, con l’imperialismo? Assolutamente no. Chi lo propone, nella migliore delle ipotesi, cade nell’avventurismo, il che non aiuta le sorti del proletariato.
Pacifisti e insurrezionalisti, pur su scala diversa, fanno riaffacciare dentro il movimento operaio le stesse tendenze, l’economicismo e il terrorismo, contro le quali Lenin ha a lungo polemizzato fin dai tempi del Che fare?. Nei loro confronti ritroviamo la stessa “linea di condotta”. I rivoluzionari non devono certo rimanere con le mani in mano anzi, proprio questo è il momento in cui l’attività deve farsi più incessante prendendo però, e questo è il punto, a modello il lavorio della talpa. Con l’insurrezione non è lecito scherzare. La rivoluzione non si improvvisa. Adesso, nel momento della disfatta del movimento operaio internazionale, non è né realistico, né sensato lanciarsi a petto nudo contro il nemico. Al contrario, occorre un infaticabile lavoro sotterraneo, conquistare con tenacia e autorevolezza il prestigio tra le masse, forgiare in continuazione dei quadri politici e militari all’altezza della situazione, rafforzare i legami internazionali tra le minoranze che hanno mantenuto alta la bandiera del marxismo. Solo a quel punto, dagli innumerevoli tunnel scavati dalla talpa, l’Esercito rosso sarà in grado di muovere battaglia. Non è con le frasi ad effetto che si fanno le rivoluzioni, ma con un’organizzazione che sappia prendere sulle sue spalle l’intero peso che l’insurrezione comporta. Certo, dice Lenin, per rispondere ai suoi critici che gli rimproverano di essere un rivoluzionario da tavolino e di non comprendere che, le rivoluzioni, non possono essere pianificate poiché, come la storia insegna, di solito è sempre un’azione spontanea e in gran parte non preventivabile delle masse a renderla possibile: l’azione delle masse è sempre decisiva e non di rado questa sopravanza anche il partito più rivoluzionario, ma non è questo il punto. A iniziare l’insurrezione possono essere le masse spontaneamente o può essere un partito a deciderne il momento, in fondo questo non ha importanza: decisiva per le sue sorti è il tipo di organizzazione che sarà in grado di prenderla tra le mani e dirigerla.
Lenin ha perfettamente a mente l’esperienza maturata nel corso del 1905 e, proprio in virtù di ciò, pone la questione dell’organizzazione politica e militare del partito d’avanguardia come condizione irrinunciabile per la riuscita dell’insurrezione e la sua trasformazione in una rivoluzione. Un’organizzazione che deve poter contare sulla fattiva collaborazione del proletariato internazionale. Un aspetto che, per molti versi, rappresenta il cuore dell’elaborazione strategica leniniana. Nei compiti che Lenin affida all’Internazionale che è necessario ricostituire ritroviamo, in forma definitivamente elaborata, quanto, intuitivamente, aveva espresso l’operaio Pëtr Alekseev ancora in pieno Ottocento. Di fronte alla forza dei padroni e dell’autocrazia, l’operaio tessile faceva balenare l’unità della classe operaia; di fronte alla guerra senza frontiere scatenata dall’imperialismo Lenin esige l’assunzione della medesima “linea di condotta” da parte di tutti i socialisti che non si sono lasciati irretire dalle sirene dello sciovinismo. L’unità nata dentro alle fabbriche, ora, attraverso la “forzatura” soggettiva del partito è posta all’ordine del giorno nello scenario proprio del “politico”.
Intanto la guerra continua e l’anello debole di una delle catene imperialiste, la Russia, vacilla. Il ’17 è alle porte e la “questione Russia” si pone in tutta la sua drammaticità. Tutti gli sguardi delle forze belligeranti sono puntati su di lei. Ognuno complotta per portare l’acqua al suo mulino senza minimamente prendere in considerazione le masse e il loro ruolo nella storia. La variabile autonoma delle masse, per gli stati maggiori e le classi dominanti, non è neppure un’ipotesi di scuola. L’unico a puntare al tavolo della storia facendo affidamento su di queste è il partito di Lenin. Il febbraio/marzo 1917 gli daranno ragione.
La guerra era in corso da circa trentuno mesi e sul fronte russo, di ora in ora, andavano delineandosi in maniera sempre più marcata le contraddizioni che la guerra imperialista si portava appresso. Il ruolo che il blocco imperialista aveva assegnato all’alleato russo era, per le masse subalterne, tra i più tragici. Nella battaglia, il paese degli zar, avrebbe lanciato soprattutto la “quantità” senza porsi troppi limiti al numero delle perdite che questa “strategia” avrebbe comportato. All’efficacia e all’efficienza della scienza tecnica e militare dell’esercito tedesco andava contrapposta la forza dei numeri. Operai e soprattutto contadini sarebbero stati i numeri attraverso i quali schiacciare l’esercito germanico. Lo scarto tecnico – scientifico tra l’esercito russo e tedesco era, già di per sé, di dimensioni non secondarie e, a questo, andava aggiunta la deliberata politica di furto, truffe e saccheggi che la borghesia e la cricca imperiale praticavano nei confronti delle forniture militari. Mese dopo mese, al fronte, la situazione diventava sempre più catastrofica mentre, nelle retrovie, la fame e la miseria dilagavano. La carestia era alle porte. Se, la Germania, era riuscita a stupire il mondo attraverso “l’organizzazione di una fame genialmente organizzata” in Russia l’unica forma di organizzazione conosciuta era quella della speculazione, dell’aggiotaggio e del mercato nero. A un esercito stremato al fronte nelle città faceva da corollario una popolazione affamata. La polarizzazione delle condizioni di classe, proprio dentro la guerra, raggiunse i suoi punti estremi. Ogni giorno, per le vie delle città, i due volti della Russia si incontravano rendendo quanto mai palesi le contraddizioni in cui la guerra aveva fatto precipitare il paese. Da una parte una quota della popolazione, che continuava ad arricchirsi, conduceva una vita mondana tra le feste e i teatri mai così intensa, dall’altra una popolazione che moriva al fronte, lavorava senza più orari per la produzione bellica facendo al contempo fatica a sopravvivere con le razioni di cibo sempre più scarse.
Di anno in anno, la fame di soldati, aveva spopolato le campagne riducendo costantemente la quantità di terra lavorata. I raccolti diventavano sempre più scarsi mentre il patrimonio zootecnico si andava rapidamente riducendo. All’interno di questo scenario il fronte delle classi dominanti iniziò a vacillare. L’autocrazia, che si sentiva sempre più minacciata, stava prendendo seriamente in considerazione l’ipotesi di firmare una pace separata con la Germania. Un progetto che, se portato a compimento, poteva inficiare di molto i progetti del blocco imperialista anglo/francese. La borghesia, dal canto suo, di fronte alle ventilate ipotesi di una pace separata si stringeva sempre più al fianco del suo naturale alleato: il blocco imperialista anglo/francese. È in questo contesto che, la diplomazia britannica, si muove per rimuovere lo zar e dar vita a un governo borghese in grado di prendere in mano le redini del paese e obbligarlo alla continuazione della guerra. Sono giorni di intensa attività. Nei corridoi dei Palazzi si tessono mille piani e progetti per venire a capo di una situazione a dir poco difficile. Da tutti, dimostrando ancora una volta il limite oggettivo in cui il pensiero borghese è obbligato a muoversi, l’intervento autonomo delle masse sulla scena storica non è assolutamente preso in considerazione. Mentre tutti tramano all’interno del Palazzo, la Strada prende parola.

Prassi/teoria/prassi
Tra la fine del 1916 e i primi giorni del 1917 una serie di scioperi, manifestazioni e azioni di protesta aveva preso l’avvio in alcune zone del paese. L’epicentro di queste lotte era Pietrogrado. Le masse di questa città, nel giro di pochi giorni, misero fine ai tre secoli di imperio della dinastia dei Romanov. Il 23 febbraio del ’17, le operaie e gli operai delle officine Putilov dopo essere entrate in sciopero, si riversano nelle strade occupando buona parte della città. L’iniziativa della classe operaia Putilov suona a martello per l’intera popolazione di Pietrogrado. Lo sciopero prima si allarga, infine dilaga. L’intera città è pressoché paralizzata. La reazione dell’autocrazia non sortisce effetti poiché l’esercito rifiuta di affossare nel sangue l’insurrezione popolare. Il poker d’assi che l’autocrazia pensava di tenere tra le mani si mostra, alla resa dei conti, niente più di una scala bucata. A Pietrogrado e nelle vicinanze, in funzione antipopolare, erano tenuti costantemente di stanza rispettivamente 170.000 e 152.000 soldati. Truppe considerate, fino il giorno prima, assolutamente fedeli e in grado pertanto di sedare all’istante ogni tentativo insurrezionale. Il dilagare degli scioperi e delle manifestazioni raccontano un’altra storia. Le truppe rifiutano di sparare sugli operai e, in gran parte, non si limitano a disertare ma si schierano apertamente dalla parte del fronte operaio. Nicola II è, pertanto, costretto ad abdicare e, insieme a tutta la sua consorteria, a darsi alla fuga. L’insubordinazione dei soldati avviene tra il 27 e il 28 febbraio. A quel punto l’insurrezione dilaga. I tentativi di richiamare altre truppe dal fronte a loro volta falliscono poiché i ferrovieri entrano in sciopero e i soldati di Pietrogrado, passati ormai dalla parte degli operai, si adoperano affinché la mobilitazione tra le truppe richiamate non abbia effetti. Dalla capitale la scintilla si sta rapidamente espandendo all’intero paese. È difficile non cogliere in tali eventi, benché l’elemento spontaneo abbia giocato un ruolo non secondario, gli effetti dell’incessante lavorio ad opera principalmente dei bolscevichi ma anche degli anarchici e di alcune minoranze socialiste – rivoluzionarie.
L’agitazione e la propaganda contro la guerra e la necessità di volgere le armi contro le proprie classi dominanti stavano dando i loro frutti così come, la presenza di nuclei e cellule di “soldati rossi”, non casualmente iniziavano a porsi quali organismi politici e militari autonomi dei soldati. Difficile non vedere, soprattutto per il ruolo essenzialmente politico che i soldati avranno da questo momento in poi, nella loro scelta l’effetto di una “linea politica” elaborata e strenuamente difesa dalle frazioni rivoluzionarie del movimento operaio il giorno dopo il crollo della II Internazionale.
I soldati non si limitano a piantare a terra le baionette o, come non di rado è accaduto nella storia degli eserciti, a rivoltarsi contro i propri superiori. Gli eventi dei quali la guarnigione di Pietrogrado si rende autrice non vestono i panni della rivolta bensì quelli della rivoluzione. Questi fatti, al pari di molti altri, consentono a Lenin di controbattere punto su punto le teorie e le ricostruzioni storico – politiche nelle quali, fino al parossismo, a essere elogiato è stato il carattere spontaneo dell’insurrezione. Una lettura dei fatti non disinteressata ma fortemente indirizzata poiché, il suo vero obiettivo, più che all’esaltazione della spontaneità in quanto tale, mira a sminuire il ruolo che in questi aveva svolto la “soggettività” del partito. È vero, riconoscono gran parte dei rivoluzionari dell’epoca, nel momento in cui Pietrogrado insorge il numero di quadri di cui dispongono le ali estreme della rivoluzione sono esigui. I partiti moderati tra il proletariato, i soldati e i contadini possono ancora vantare una maggioranza non irrilevante almeno sotto il profilo quantitativo ma, ed è questo il vero nocciolo della questione, da un punto di vista qualitativo la maggioranza politica inizia sempre più a passare nelle mani dei rivoluzionari. Proprio in questo preciso istante si concretizza appieno il concetto di egemonia politica a lungo perseguito da Lenin. La forma Soviet che aveva fatto da sfondo alle giornate moscovite del 1905 riemerge ora nelle strade di Pietrogrado ma quella forma, vilipesa da tutti i partiti della borghesia e del socialismo riformista, era stata difesa con assoluta intransigenza da Lenin e dal partito bolscevico. Intorno a questa, nel febbraio/marzo del ’17, si coagulano, non a caso, le forze operaie e popolari.
Lenin osserva dall’esilio svizzero l’incalzare degli eventi e inizia a rielaborare la “linea di condotta” della soggettività politica che deve necessariamente adeguarsi a quanto la soggettività delle masse ha posto all’ordine del giorno. Questo dimostra il rifiuto da parte dei bolscevichi del feticcio organizzativo e della presunta sacralità dei “programmi di partito”. Organizzazione e programmi sono sempre il frutto di un contesto storico “concreto” e la loro validità è tale solo se in grado di corrispondere a quella “concretezza”. Il divenire storico può essere fissato da una teoria politica solo come tendenza e anticipazione, allo stesso modo i modelli organizzativi non possono essere dati per buoni una volta per tutte. Qui si mostra la profonda comprensione leniniana della dialettica marxiana: centrale rimane la soggettività delle masse che Lenin identifica col verde albero della vita, permanentemente in contrasto con il grigiore di una teoria incapace di relazionarsi dialetticamente con la concretezza dinamica della realtà storica. L’entrata in scena delle masse ha modificato prepotentemente tutto il quadro storico. Per certi versi occorre tornare con la mente al 1905 e a come, in un attimo, la soggettività di classe ha reso possibile, con radicalità impensabile, ciò che sino a quel momento solo la frazione bolscevica era stata in grado di tratteggiare. Nel febbraio – marzo del ’17 Lenin coglie il reiterarsi di ciò. Le masse sono in movimento e hanno posto all’ordine del giorno non un mero cambio di governo, bensì un passaggio storico epocale. Questo è quanto racconta la prassi messa in atto dalla soggettività di classe e il compito della soggettività politica è ricavare una teoria in grado di porsi all’altezza della prassi storica. Il verde albero della vita ha imposto una svolta. Bisogna nuovamente farsi carico della forza e del rischio dell’eresia.
La rivoluzione di febbraio, afferma Lenin, non rappresenta, contrariamente a quanto sostengono i più, la fine di un’era. Con la cacciata dei Romanov non si conclude la rivoluzione perché, la fine dell’autocrazia, rappresenta solo il primo passo verso la piena realizzazione del processo rivoluzionario. Per quali motivi, si chiede Lenin, le masse si sono mobilitate? Per la pace, per il pane, per la libertà e per la terra. Questi obiettivi, il governo di coalizione che si è formato, è in grado di realizzarli? Assolutamente no. Non può portare la pace perché è legato a doppio filo agli interessi del capitale anglo/francese. Non può dare il pane perché, per farlo, dovrebbe oltre che fermare la guerra impedire alla borghesia di mantenere il controllo e le proprietà delle forze produttive. Non può dare la piena libertà al proletariato, ai soldati e ai contadini perché, in tal caso, dovrebbe riconoscere i Soviet come la vera e legittima forma statuale uscita dalla rivoluzione. Infine non può dare la terra ai contadini perché, il governo rappresenta anche gli interessi dei proprietari terrieri, pertanto non è pensabile che un governo espropri se stesso. Del resto che la rivoluzione sia tutt’altro che conclusa lo dimostra l’anomalia che si è venuta a creare proprio nei confronti della forma statuale.
In Russia non vi è un governo, bensì due. A fianco del governo di coalizione vi sono i Soviet, l’embrione, per altro in stato piuttosto avanzato, del potere degli operai, dei soldati e dei contadini. Questa situazione non può protrarsi all’infinito. O i Soviet prenderanno nelle loro mani interamente il potere, deponendo il potere governativo o, quest’ultimo finirà con l’affossarli. La partita che nel febbraio/marzo si è aperta, pertanto, è ben lontana dal potersi considerare conclusa. Nell’entusiasmo per la caduta dei Romanov, sembra che l’intera nazione sia unita come se le oggettive contraddizioni fossero state poste definitivamente in soffitta ma questo non può che essere un momento effimero. L’unità della Nazione, alla quale si appellano tutti i partiti politici, non potrà che essere un momento transitorio perché, inevitabilmente, le classi che hanno spodestato i Romanov nutrono aspirazioni oltre che diverse, inconciliabili. La guerra di classe è appena cominciata, le future battaglie saranno ben più drammatiche di quanto il febbraio/marzo ha messo in scena. Alla sua conduzione il partito combattente deve prepararsi.

Considerazioni attuali
Esattamente un secolo ci separa da quegli eventi. Dobbiamo considerarli semplici materiali storici? Sì e no. Sì, perché quel mondo, oggi, è completamente inattuale. No, se da quel “concreto” storico ne estrapoliamo l’astrazione teorica. Il piano dell’astratto diventa quindi il terreno in cui si riversa l’attuale. Su un aspetto sembra il caso di soffermarsi. Centrale per Lenin e il bolscevismo, come si è provato a tratteggiare, è la dimensione internazionale della politica. Nell’era imperialista la politica non può che assumere una veste internazionale. Questo lo scenario imprescindibile per l’agire concreto della politica comunista. Gli accadimenti locali sono immediatamente internazionalizzati, obbligando il rapporto rivoluzione/controrivoluzione a essere letto dentro quella dimensione. Lenin ne aveva colto il portato sin dal 1905 quando, analizzando le ricadute della caduta di Port Arthur, aveva focalizzato l’attenzione sulle conseguenze che tale evento avrebbe comportato sia per la Russia, attraverso la crisi dell’autocrazia, sia per tutto l’assetto imperialistico. Esattamente in quello svolto Lenin, praticamente solo, coglie l’inizio del tramonto dell’ Europa e l’affermarsi di un sistema – mondo all’interno del quale nuovi potentati imperialisti iniziano a competere per l’egemonia del e sul mondo. Uno scenario che ha ricadute a trecentosessanta gradi anche e necessariamente sul movimento comunista e proletario.
L’affermarsi di un sistema – mondo obbliga a pensare alla classe solo e unicamente come classe internazionale il che, per forza di cose, comporta la separazione tra gli elementi operai la cui postazione materiale li lega alla propria borghesia imperialista e quella frazione di classe, maggioritaria dentro il sistema – mondo, irriducibilmente nemica dell’imperialismo. Contro ogni lettura oggettiva della classe, propria della sociologia borghese, Lenin coglie la classe nella sua dimensione politica. A definire la classe è la lotta di classe. Il resto è solo gretto cicaleggio borghese. Non a caso sono, e saranno, proprio i sociologi della borghesia a soffermarsi di continuo sulla classe come conseguenza della stratificazione sociale osservandola quindi solo e unicamente come capitale variabile. Ciò che nel Che fare? poteva apparire come “polemica intellettuale”, pochi anni dopo, di fronte alle necessità della prassi, si mostra in tutt’altra luce: l’economicismo, il tradeunionismo e il sindacalismo sono il movimento operaio borghese. Contro questo movimento non si può che lottare e combattere. L’organizzazione rivoluzionaria non potrà che essere l’organizzazione del proletariato internazionale in aperta rottura con i movimenti operai nazionali. Lenin non lavora per dare corpo al mostro sacro dell’unità di classe poiché, muoversi in tale direzione, non farebbe altro che consegnare la rivoluzione tra le mani dell’opportunismo. Lenin, al contrario, lavora per organizzare la massa proletaria internazionalizzata contro il movimento operaio nazionale. Non a caso, con menscevichi e socialisti rivoluzionari, non sarà solo rottura ma guerra aperta. Non vi è in ciò un’impressionante attualità? Non ci troviamo forse in un contesto in cui a venire al pettine sono nuovamente questi nodi? La risposta non può che essere affermativa. Oggi l’attualità dell’Ottobre passa dentro la costruzione della soggettività politica del proletariato internazionale in aperta rottura con le retoriche proprie della “sinistra imperiale” e della “sinistra neo- sovranista”.

di Olga Sinek e Pedro Fernández