Download PDF

Le “Lettere da lontano” furono redatte tra il 20 marzo e l’8 aprile del 1917, periodo in cui Lenin era ancora costretto a Zurigo e mordeva il freno osservando dall’estero gli accadimenti russi. Le missive, indirizzate al Comitato centrale bolscevico, rivestono un particolare interesse perchè anticipano il nucleo teorico della nuova strategia rivoluzionaria che puntava, senza indugio, alla presa del potere da parte dei lavoratori russi. Le ripubblichiamo qui rispettando la scadenza con cui vennero scritte, anche se, a parte la prima che venne diffusa sulla Pravda nell’aprile del 1917, le altre vennero rese note solo nel 1924. Buona lettura.

La prima fase della prima rivoluzione

La prima rivoluzione, generata dalla guerra mondiale imperialistica, è scoppiata. Questa prima rivoluzione non sarà certamente l’ultima. La prima fase di questa prima rivoluzione, cioè della rivoluzione russa del 1° marzo 1917, si è conclusa, a giudicare dai pochissimi dati di cui si dispone in Svizzera. Questa prima fase della nostra rivoluzione non sarà certamente l’ultima. Com’è potuto accadere questo “miracolo”: che in soli otto giorni – cioè entro il termine indicato dal signor Miliukov nel suo presunto telegramma a tutti i rappresentanti della Russia all’estero – sia crollata una monarchia che si era mantenuta per secoli e che, nonostante tutto, aveva resistito per tre anni, dal 1905 al 1907, alle grandiose battaglie di classe di tutto il popolo?
Nella natura e nella storia non accadono miracoli, ma ogni svolta storica repentina, e quindi ogni rivoluzione, offre una tale ricchezza di contenuto, offre combinazioni così inattese e originali delle forme di lotta e tra le forze in lotta che molti fatti devono sembrare miracolosi ad una mentalità filistea. Perché la monarchia zarista potesse crollare in pochi giorni, è stato necessario il concorso di tutta una serie di condizioni di portata storica mondiale. Ne indichiamo qui le principali.
Senza le grandiose battaglie di classe del 1905-1907, senza l’energia rivoluzionaria di cui diede prova il proletariato russo in quei tre anni, una seconda rivoluzione tanto rapida, nel senso che la sua fase iniziale è stata portata a termine in pochi giorni, sarebbe stata impossibile. La prima rivoluzione (1905) aveva dissodato profondamente il terreno, sradicato pregiudizi secolari, ridestato alla vita e alla lotta politica milioni di operai e decine di milioni di contadini, rivelato le une alle altre e al mondo intero tutte le classi (e tutti i principali partiti) della società russa nella loro vera natura, nella connessione reale dei loro interessi, delle loro forze, dei loro scopi immediati e dei loro scopi futuri. La prima rivoluzione e il successivo periodo di controrivoluzione (1907-1914) hanno messo a nudo l’essenza della monarchia zarista, l’hanno spinta al “limite estremo”, hanno svelato tutta la sua putredine e infamia, tutto il cinismo e la corruzione della banda zarista capeggiata dal mostruoso Rasputin, tutta la ferocia della famiglia dei Romanov, di questi massacratori che hanno inondato la Russia del sangue degli ebrei, degli operai e dei rivoluzionari, di questi grandi proprietari fondiari, “primi fra uguali”, che possiedono milioni di desiatine di terra e sono pronti a commettere tutte le atrocità, tutti i delitti, a rovinare e strangolare un numero qualsiasi di cittadini, pur di conservare questa “sacra proprietà” loro e della loro classe.
Senza la rivoluzione del 1905-1907, senza la controrivoluzione del 1907-1914, sarebbe stata impossibile una così netta “autodeterminazione” di tutte le classi del popolo russo e dei popoli che abitano la Russia, sarebbe stata impossibile una precisazione dell’atteggiamento di queste classi le une verso le altre e verso la monarchia zarista quale si è avuta negli otto giorni della rivoluzione del febbraio-marzo 1917. Questa rivoluzione di otto giorni è stata “recitata”, se è consentita la metafora, dopo una decina di prove parziali e generali; gli “attori” si conoscevano tra loro, conoscevano la loro parte, il loro posto e il palcoscenico in lungo e in largo, conoscevano fin nelle minime sfumature le tendenze politiche e i metodi d’azione.
Ma, se la prima grande rivoluzione del 1905, condannata come una “grande ribellione” dai signori Guckov e Miliukov e dai loro accoliti, ha condotto dodici anni dopo la “brillante” e “gloriosa” rivoluzione del 1917, che i Guckov e i Miliukov proclamano “gloriosa” perché (per il momento) ha dato loro il potere, ad essa è stato necessario un grande, forte e onnipotente “regista”, capace, da un lato, di accelerare al massimo il corso della storia universale e, dall’altro, di generare crisi mondiali di incomparabile intensità, crisi economiche, politiche, nazionali e internazionali. Oltre alla straordinaria accelerazione della storia universale, sono state necessarie alcune svolte particolarmente brusche perché il carro insanguinato e infangato della monarchia dei Romanov potesse rovesciarsi di colpo. Questo “regista” onnipotente, questo grandioso acceleratore si è avuto nella guerra mondiale imperialistica. Ormai è indiscutibile che questa guerra è mondiale, dal momento che anche gli Stati Uniti e la Cina sono già oggi per metà coinvolti nel conflitto e lo saranno interamente domani.
Ormai è indiscutibile che questa guerra è imperialistica per entrambe le parti. Soltanto i capitalisti e i loro accoliti, i socialpatrioti e i socialsciovinisti, o – per sostituire le definizioni critiche generali con nomi politici ben noti in Russia – Guckov e i Lvov, i Miliukov e gli Scingarev, da un lato, e solo i Gvozdev, i Potresov, Ckhenkeli, i Kerenski e i Ckheidze dall’altro, possono negare o velare questo fatto. Sia la borghesia tedesca che quella anglo-francese conducono la guerra per depredare altri paesi, soffocare i piccoli popoli, dominare finanziariamente il mondo, dividere e ripartire le colonie, salvare l’agonizzante regime capitalistico, ingannando e scindendo gli operai dei diversi paesi.
La guerra imperialistica doveva, per oggettiva necessità, accelerare in modo eccezionale e inasprire al massimo la lotta di classe del proletariato contro la borghesia, doveva trasformarsi in guerra civile tra classi nemiche. Questa trasformazione si è iniziata con la rivoluzione del febbraio-marzo 1917, la cui prima fase ci ha mostrato anzitutto che lo zarismo è stato colpito simultaneamente da due forze: dai capitalisti anglo-francesi e da tutta la Russia della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, con tutti i suoi inconsapevoli sostenitori e con i suoi consapevoli dirigenti e ambasciatori, da una parte; dal Soviet dei deputati operai, che ha cominciato ad attirare a sé i contadini, dall’altra parte [1].
Questi tre campi, queste tre forze politiche fondamentali: 1) la monarchia zarista, alla testa dei grandi proprietari feudali e dei vecchi funzionari e generali; 2) la Russia ottobrista e cadetta della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, dietro la quale si trascina la piccola borghesia (i cui principali esponenti sono Kerenski e Ckheidze); 3) il Soviet dei deputati operai, che cerca i suoi alleati in tutto il proletariato e in tutta la massa della popolazione povera: queste tre forze politiche fondamentali si sono già rivelate con la massima chiarezza durante gli otto giorni della “prima fase”, tanto che può riconoscerle persino un osservatore così lontano dagli avvenimenti, e costretto ad accontentarsi dei laconici telegrammi dei giornali esteri, come l’autore di queste righe.
Ma, prima di esaminare più minuziosamente questo punto, desidero ritornare alla prima parte della mia lettera dedicata ad un fattore di prima grandezza, alla guerra imperialistica mondiale. La guerra ha legato tra loro, con catene di ferro, le potenze belligeranti, i gruppi contendenti di capitalisti, i “padroni” del regime capitalistico, gli schiavisti della schiavitù capitalistica. Un grosso grumo di sangue: ecco che cos’è la vita sociale e politica dell’attuale momento storico. I socialisti passati alla borghesia all’inizio della guerra, tutti questi David e Scheidemann in Germania, Plekhanov, Potresov, Gvodzev e soci in Russia, hanno urlato a lungo e a squarciagola contro le “illusioni” dei rivoluzionari, contro le “illusioni” del Manifesto di Basilea, contro la “ridicola chimera” della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile. Essi hanno decantato in tutti i toni la forza, la vitalità, la capacità di adattamento di cui il capitalismo avrebbe dato prova: essi, che hanno aiutato i capitalisti ad “adattare”, addomesticare, ingannare e dividere la classe operaia dei diversi paesi.
Ma “riderà bene chi riderà ultimo”. La borghesia non è riuscita a rinviare di molto la crisi rivoluzionaria generata dalla guerra. Questa crisi si sviluppa con forza irresistibile in tutti i paesi, dalla Germania, la quale, secondo l’espressione di un osservatore che l’ha visitata di recente, vive in uno stato di “fame genialmente organizzata”, fino all’Inghilterra e alla Francia, dove la fame si avvicina egualmente e l’organizzazione è molto meno “geniale”. E’ naturale che la crisi rivoluzionaria sia esplosa, prima di tutto, nella Russia zarista, dove la disorganizzazione era la più mostruosa e il proletariato il più rivoluzionario (non in virtù delle sue qualità particolari, ma per effetto delle vive tradizioni del 1905). Questa crisi è stata accelerata da una serie di gravissime sconfitte inferte alla Russia e ai suoi alleati. Queste sconfitte hanno sconvolto tutta la vecchia macchina governativa e tutto il vecchio regime, hanno inasprito contro di esso tutte le classi della popolazione, hanno esasperato l’esercito, hanno distrutto in larghissima parte il vecchio corpo degli ufficiali, costituito da una nobiltà fossilizzata e da una burocrazia particolarmente imputridita, e lo hanno sostituito con elementi giovani, freschi, prevalentemente borghesi, plebei e piccolo-borghesi. I dichiarati servitori della borghesia o semplicemente gli uomini senza carattere, che strepitavano e urlavano contro il “disfattismo”, sono stati posti oggi dinanzi al fatto del nesso storico che costringe la disfatta della monarchia zarista più arretrata e più barbara con l’inizio dell’incendio rivoluzionario.
Ma, se le sconfitte del periodo iniziale della guerra sono state un fattore negativo, che ha accelerato l’esplosione, il nesso tra il capitale finanziario anglo-francese, l’imperialismo anglo-francese e il capitale russo ottobrista e cadetto è stato il fattore che ha accelerato questa crisi addirittura mediante l’organizzazione del complotto contro Nicola Romanov.
Su questo aspetto eccezionalmente importante della questione la stampa anglo-francese mantiene, per ragioni comprensibili, il silenzio più completo, mentre la stampa tedesca lo mette malignamente in rilievo. Noi marxisti dobbiamo guardare in faccia la verità, seriamente senza lasciarci impressionare né dalle menzogne ufficiali e melliflue dei diplomatici e dei ministri del primo gruppo di imperialisti belligeranti né dalle strizzatine d’occhio e dai risolini dei loro concorrenti finanziari e militari del secondo gruppo. Tutto il corso degli avvenimenti rivoluzionari del febbraio-marzo dimostra chiaramente che le ambasciate inglese e francese, le quali da molto tempo compivano, con i loro agenti e con le loro “aderenze”, gli sforzi più disperati per impedire un accordo “separato” o una pace separata tra Nicola II (e ultimo, lo speriamo e faremo di tutto perché lo sia) e Guglielmo II, stavano organizzando direttamente un complotto insieme con gli ottobristi e i cadetti, insieme con una parte dei generali e degli ufficiali dell’esercito e della guarnigione di Pietroburgo soprattutto per destituire Nicola Romanov.
Non ci facciamo illusioni. Non cadremo nell’errore di coloro che, come certi fautori del “Comitato d’organizzazione” o “menscevichi” ondeggianti tra la tendenza di Gvozdev-Potresov e l’internazionalismo, impantanandosi troppo spesso nel pacifismo piccolo-borghese, sono pronti a esaltare l’ “accordo” del partito operaio con i cadetti, l’ “appoggio” del primo ai secondi, ecc. Costoro, in ossequio alla loro vecchia dottrina imparata a memoria (e tutt’altro che marxista), gettano un velo sul complotto ordito dagli imperialisti anglo-francesi con i Guckov e i Miliukov allo scopo di destituire il “guerriero capo” Nicola Romanov e di mettere al suo posto guerrieri più energici, più giovani, più capaci.
Se la rivoluzione ha trionfato così velocemente e in modo – apparentemente, al primo sguardo superficiale – così radicale, è soltanto perché la condizione storica singolarmente originale ha fuso insieme, e con un notevole grado di “coesione”, correnti del tutto diverse, interessi di classe eterogenei, aspirazioni politiche e sociali del tutto opposte. Cioè, da una parte, il complotto degli imperialisti anglo-francesi, che spingevano Miliukov, Guckov e soci a conquistare il potere per proseguire la guerra imperialistica, per condurla con accanimento e ostinazione ancora maggiori, per massacrare altri milioni di operai e contadini di Russia allo scopo di assicurare Costantinopoli… ai Guckov, la Siria… ai capitalisti francesi, la Mesopotamia… ai capitalisti inglesi, ecc. Dall’altra parte, un profondo movimento rivoluzionario del proletariato e delle masse popolari (di tutta la popolazione più povera delle città e delle campagne) per il pane, la pace, l’effettiva libertà.
Sarebbe semplicemente sciocco parlare di “appoggio” del proletariato rivoluzionario di Russia all’imperialismo cadetto-ottobrista, “imbastito” col denaro inglese e altrettanto detestabile dell’imperialismo zarista. Gli operai rivoluzionari hanno già demolito in gran parte e demoliranno dalle fondamenta l’infame monarchia zarista, senza entusiasmarsi o indignarsi se in certi momenti storici, brevi e dovuti a una congiuntura eccezionale, interviene in loro aiuto la lotta di Buchanan, di Guckov, di Miliukov e dei loro soci per sostituire un monarca con un altro e, di preferenza, con un Romanov!
Questa e soltanto questa è la situazione. Così e soltanto così può considerarla un politico che non tema la verità, che esamini sobriamente il rapporto delle forze sociali nella rivoluzione, che valuti ogni “momento concreto” non solo dal punto di vista della sua originalità contingente, ma anche da quello dei moventi più profondi, dei più profondi rapporti tra gli interessi del proletariato e della borghesia, sia in Russia che in tutto il mondo.
Gli operai di Pietroburgo, come quelli di tutta la Russia, hanno combattuto con abnegazione contro la monarchia zarista, per la libertà, per la terra ai contadini, per la pace, contro la carneficina imperialistica. Il capitale imperialistico anglo-francesi, per continuare e intensificare la carneficina, ha ordito intrighi di palazzo, tramato un complotto con gli ufficiali della guardia, spinto e incoraggiato i Guckov e i Miliukov, tenuto in serbo, già pronto, un nuovo governo, che ha infatti preso il potere dopo i primi colpi assestati allo zarismo dalla lotta proletaria.
Questo nuovo governo in cui gli ottobristi e i “pacifici rinnovatori” Lvov e Guckov, ieri complici di Stolypin l’Impiccatore, si sono impadroniti dei posti realmente importanti, dei posti di battaglia, dei posti decisivi, dell’esercito, della burocrazia, questo governo in cui Miliukov e gli altri cadetti seggono a puro scopo ornamentale, per far mostra di sé e pronunciare melliflui discorsi professorali, mentre il “trudovik” Kerenski funge da balalaika per ingannare gli operai e i contadini, questo governo non è un’accolta casuale di persone.
Esso è costituito dai rappresentanti di una nuova classe, assurta al potere politico in Russia: la classe dei grandi proprietari fondiari capitalisti e della borghesia, che da molto tempo dirige economicamente il nostro paese e che, sia durante la rivoluzione del 1905-1907, sia, nel periodo della controrivoluzione, tra il 1907 e il 1914, sia infine, e con particolare rapidità, durante la guerra del 1914-1917, si è ben presto organizzata politicamente, impadronendosi delle amministrazioni locali, dell’istruzione pubblica, dei congressi d’ogni specie, della Duma, dei comitati dell’industria di guerra, ecc. Questa nuova classe era già “quasi completamente” al potere all’inizio del 1917; e sono quindi bastati i primi colpi perché lo zarismo crollasse, cedendo il posto alla borghesia. La guerra imperialistica, imponendo un’estrema tensione di forze, ha accelerato a tal punto lo sviluppo della Russia arretrata che noi abbiamo raggiunto “di colpo” (in realtà come se fosse di colpo) l’Italia, l’Inghilterra, quasi la Francia, e ottenuto un governo “di coalizione”, “nazionale” (adatto cioè a condurre la carneficina imperialistica e ad ingannare il popolo), “parlamentare”.
Accanto a questo governo, – che, sotto il profilo della guerra in corso, è nella sostanza un semplice commesso della “ditta” miliardaria “Inghilterra e Francia”, – è sorto un governo operaio, che è il governo principale, non ufficiale, ancora poco sviluppato e relativamente debole, che rappresenta gli interessi del proletariato e di tutta la parte più povera della popolazione urbana e rurale. Questo governo è il Soviet dei deputati operai di Pietroburgo che cerca legami con i soldati e i contadini, nonché con gli operai agricoli, e naturalmente con questi ultimi in particolare, in primo luogo, più che con i contadini.
E’ questa la reale situazione politica che dobbiamo anzitutto sforzarci di definire con la massima precisione e obiettività, allo scopo di fondare la tattica marxista sull’unica base solida su cui deve poggiare, sulla base dei fatti. La monarchia zarista è stata battuta, ma non ha ancora ricevuto il colpo di grazia.

Il governo borghese degli ottobristi e dei cadetti, che vuol condurre “fino in fondo” la guerra imperialistica e che è di fatto un commesso della ditta finanziaria “Inghilterra e Francia”, è costretto a promettere al popolo il massimo delle libertà e concessioni compatibili con la conservazione del suo potere sul popolo e con la possibilità di continuare il massacro imperialistico. Il Soviet dei deputati operai è un’organizzazione di operai, l’embrione di un governo operaio, il rappresentante degli interessi di tutte le masse più povere, cioè dei nove decimi della popolazione, il quale si adopera ad ottenere la pace, il pane, la libertà.
La lotta tra queste determina la situazione odierna, che segna il passaggio dalla prima alla seconda fase della rivoluzione. La contraddizione tra la prima e la seconda forza non è profonda, ma momentanea, provocata soltanto dalla presente congiuntura, dalla repentina svolta delle vicende della guerra imperialistica. Tutto il nuovo governo è fatto di monarchici, perché il repubblicanesimo verbale di Kerenski non è affatto serio, è indegno di un uomo politico ed è, oggettivamente, politicantismo. Il nuovo governo non aveva ancora colpito a fondo la monarchia zarista e già cominciava a fare transazioni con la dinastia dei grandi proprietari terrieri Romanov. La borghesia di tipo ottobrista-cadetto ha bisogno della monarchia qual dirigente della burocrazia e dell’esercito, perché siano difesi i privilegi del capitale contro i lavoratori.
Chi afferma (come fanno, evidentemente, i Protesov, i Gvodzdev, i Ckhenkeli, ma anche Ckheidze, a dispetto della sua ambiguità) che gli operai devono appoggiare il nuovo governo, nell’interesse della lotta contro la reazione zarista, è un traditore degli operai, un traditore della causa del proletariato, della causa della pace e della libertà. In effetti proprio questo governo è già legato mani e piedi al capitale imperialistico, alla politica imperialistica di guerra e di rapina, ha già cominciato ad accordarsi con la dinastia (senza interpellare il popolo!), sta già lavorando per restaurare la monarchia zarista, propone come candidato al nuovo trono Michele Romanov, già si preoccupa di rafforzare questo trono, di sostituire alla monarchia legittima (poggiante sulla vecchia legge) una monarchia bonapartista, plebiscitaria (poggiante sul suffragio universale contraffatto).
No, per combattere efficacemente la monarchia zarista, per assicurarsi realmente la libertà, non solo a parole, non solo nelle promesse dei ciarlatani Miliukov e Kerenski, non sono gli operai che devono sostenere il nuovo governo, ma è invece il governo che deve “sostenere” gli operai! Giacché l’unica garanzia della libertà e la completa distruzione dello zarismo consiste nell’armare il proletariato, nel consolidare, estendere e sviluppare la funzione, l’importanza e la forza del Soviet dei deputati operai.
Tutto il resto è frase vuota e menzogna, autoinganno dei politicanti del campo liberale e radicale, manovra truffaldina. Aiutate gli operai ad armarsi o almeno non ostacolateli, e la libertà sarà in Russia invincibile, la monarchia non potrà essere restaurata e la repubblica sarà garantita. Altrimenti i Guckov e i Miliukov restaureranno la monarchia e non realizzeranno una sola, nemmeno una, delle “libertà” promesse. In tutte le rivoluzioni borghesi i politicanti della borghesia hanno “nutrito” il popolo e ingannato gli operai con le sole promesse.
La nostra è una rivoluzione borghese, e quindi gli operai devono sostenere la borghesia: dicono i Protesov, i Gvodzev, i Ckheidze, come ieri diceva Plekhanov. La nostra è una rivoluzione borghese, diciamo noi marxisti, e quindi gli operai devono aprire gli occhi al popolo dinanzi alla mistificazione dei politicanti borghesi, insegnargli a non credere alle parole, a contare soltanto sulle proprie forze, sulla propria organizzazione, sulla propria unità, sul proprio armamento. Il governo degli ottobristi e dei cadetti, dei Guckov e dei Miliukov, anche se volesse sinceramente (ma solo dei bambini possono credere alla sincerità di Guckov e di Lvov), non potrebbe dare al popolo né la pace né il pane né la libertà.

Non la pace, perché è un governo di guerra, un governo di continuazione del massacro imperialistico, un governo di rapina, che vuole saccheggiare l’Armenia, la Galizia, la Turchia, occupare Costantinopoli, riconquistare la Polonia, la Curlandia, la regione Lituana, ecc. Questo governo è legato mani e piedi all’imperialismo anglo-francese. Il capitale russo è solo una succursale della “ditta” mondiale che maneggia centinaia di miliardi di rubli e reca l’insegna “Inghilterra e Francia”.
Non il pane, perché è un governo borghese. Nel migliore dei casi darà al popolo, come ha già fatto la Germania una “fame genialmente organizzata”. Ma il popolo non sopporterà la fame, il popolo saprà, e probabilmente presto, che il pane c’è, ma che per averlo bisognerà prendere misure che non s’arrestino dinanzi alla santità del capitale e della proprietà fondiaria. Non la libertà, perché è il governo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, un governo che teme il popolo e che ha già cominciato a stipular compromessi con la dinastia dei Romanov.
Parleremo in un altro articolo dei compiti tattici della nostra politica immediata nei confronti di questo governo. Mostreremo in che cosa consista l’originalità della situazione odierna – del passaggio dalla prima alla seconda fase della rivoluzione – e diremo perché la parola d’ordine di questo momento, il “compito del giorno”, debba essere: “Operai, avete compiuto miracoli di eroismo proletario, popolare, nella guerra civile contro lo zarismo; dovete adesso compiere miracoli nell’organizzazione del proletariato e di tutto il popolo per preparare la vostra vittoria nella seconda fase della rivoluzione”. Limitandoci per il momento ad analizzare la lotta delle classi e i rapporti di forza delle classi nella presente fase della rivoluzione, dobbiamo ancora porre un problema: chi sono gli alleati del proletariato nella rivoluzione in atto?
Il proletariato ha due alleati: anzitutto, in Russia, la grande massa dei semiproletari e, in parte, dei piccoli contadini, che ammonta a decine di milioni e comprende la stragrande maggioranza della popolazione. Questa massa ha bisogno di pace, pane, terra e libertà. Essa subirà inevitabilmente una certa influenza della borghesia e soprattutto della piccola borghesia, a cui si avvicina di più per le sue condizioni di esistenza, oscillando tra la borghesia e il proletariato. Le crudeli lezioni della guerra, che saranno tanto più atroci quanto più energicamente Guckov, Lvov, Miliukov e soci condurranno la guerra, spingendo inevitabilmente questa massa verso il proletariato, costringendola a seguirlo. Noi dobbiamo approfittare ora della relativa libertà del nuovo regime e dei Soviet dei deputati operai, cercando prima e più di tutto di illuminare e organizzare questa massa. I Soviet dei deputati contadini, i Soviet degli operai agricoli: ecco uno dei nostri compiti più seri. I nostri sforzi dovranno tendere non solo a far sì che gli operai agricoli costituiscano i propri Soviet, ma anche a far sì che i contadini più poveri e non abbienti si organizzino separatamente dai contadini agiati. Dei compiti e delle forme particolari del lavoro di organizzazione, la cui necessità è oggi imperiosa, parleremo nella prossima lettera.
Il secondo alleato del proletariato russo è il proletariato di tutti i paesi belligeranti e di tutti i paesi in generale. Esso è oggi in gran parte schiacciato sotto il peso della guerra, e troppo spesso parlano in suo nome i socialsciovinisti, che anche in Europa, come in Russia Plekhanov, Gvodzev e Potresov, sono passati dalla parte della borghesia. Ma ogni mese di guerra imperialistica è venuto emancipando il proletariato dalla loro influenza, e la rivoluzione russa accelererà inevitabilmente e su larga scala tale processo.
Con questi due alleati il proletariato può marciare e, sfruttando le peculiarità dell’attuale periodo di transizione, marcerà prima verso la conquista della repubblica democratica e la completa vittoria dei contadini sui grandi proprietari fondiari, in sostituzione della semimonarchia di Guckov e Miliukov, e poi verso il socialismo, che solo darà ai popoli martoriati dalla guerra il pane, la pace e la libertà.
Zurigo 7 marzo 1917, N. Lenin