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La conclusione a cui sono pervenuto ieri riguardo alla tattica esitante di Ckheidze è stata pienamente confermata oggi, 10 (23) marzo, da due documenti. Il primo è un estratto, trasmesso telegraficamente da Stoccolma alla Frankfurter Zeitung, del manifesto pubblicato a Pietroburgo dal CC del nostro partito, il Partito operaio socialdemocratico di Russia. Nel documento non si parla affatto né dell’appoggio al governo di Guckov né del suo rovesciamento; gli operai e i soldati vengono chiamati ad organizzarsi intorno al Soviet dei deputati operai e ad eleggervi i propri rappresentanti, al fine di lottare contro lo zarismo, per la repubblica, per la giornata lavorativa di otto ore, per la confisca delle grandi proprietà fondiarie e delle scorte di grano e, soprattutto, per la cessazione della guerra di rapina. A questo proposito appare particolarmente importante e attuale la nostra idea del nostro CC che, per ottenere la pace, bisogna entrare i contatto con i proletari di tutti i paesi belligeranti.
Aspettarsi la pace dai contatti e dalle trattative tra i governi borghesi significherebbe illudersi e ingannare il popolo.
Il secondo documento è una nota informativa, trasmessa telegraficamente da Stoccolma ad un altro giornale tedesco (Vossische Zeitung), sul convegno tenuto il 2 (15) marzo dal gruppo Ckheidze alla Duma, dal gruppo dei trudoviki (? Arbeiterfraktion), dai rappresentanti dei 15 sindacati operai e sull’appello pubblicato il giorno dopo. Degli undici punti dell’appello il dispaccio ne riporta solo tre: il primo, cioè la rivendicazione della repubblica; il settimo, cioè la richiesta della pace e dell’immediata apertura di trattative di pace; il terzo cioè la richiesta di un’ “adeguata partecipazione dei rappresentanti della classe operaia russa al governo”.
Se l’ultimo punto è stato riferito esattamente, capisco bene perché la borghesia esalti Ckheidze. Capisco perché alle lodi, ricordate più sopra, dei guckoviani inglesi sul Times si siano aggiunti gli elogi dei guckoviani francesi nel Temps. Il giornale dei milionari e degli imperialisti francesi scrive in data 22 marzo: “I capi dei partiti operai, e in particolare il signor Ckheidze, usano tutta la loro influenza per moderare le aspirazioni delle classi lavoratrici”.
In effetti, la richiesta della “partecipazione” degli operai al governo Guckov-Miliukov è un’assurdità teorica e politica: partecipare a questo governo in minoranza sarebbe come diventare una semplice pedina; parteciparvi “alla pari” è puramente impossibile, perché non si può conciliare l’esigenza di continuare la guerra con quella di firmare un armistizio e aprire trattative di pace; per “parteciparvi” in maggioranza, bisogna avere la forza di rovesciare il governo Guckov-Miliukov. In pratica rivendicare la “partecipazione” a questo governo significa assumere un atteggiamento alla Luois Blanc, nel senso peggiore, significa dimenticare la lotta di classe e le sue condizioni reali, sedurre e illudere con vuote frasi altisonanti gli operai, perdendo nelle trattative con Miliukov o Kerenski del tempo prezioso, che bisogna impiegare per creare una forza realmente classista e rivoluzionaria, una milizia proletaria, capace di ispirare fiducia a tutti gli strati più poveri della popolazione, cioè alla stragrande maggioranza, e di aiutarli ad organizzarsi, di aiutarli a battersi per il pane, la pace e la libertà.
Quest’errore dell’appello di Ckheidze e del suo gruppo (non accenno al partito del Comitato d’organizzazione, perché nelle fonti di cui posso disporre non se ne fa parola) è ancor più curioso proprio perché Skobelev, che più d’ogni altro condivide le posizioni di Ckheidze, intervenendo al convegno del 2 (15) marzo, avrebbe dichiarato, secondo i giornali, che “la Russia è alla vigilia d’una seconda (wirklich, letteralmente reale) rivoluzione”.
Ecco la verità da cui Skobelev e Ckheidze hanno dimenticato di trarre le conclusioni pratiche. Non posso giudicare di qui, da questa maledetta lontananza, quanto sia vicina questa seconda rivoluzione. Skobelev, essendo sul posto, può vederlo meglio. Non mi pongo pertanto dei problemi per la cui soluzione non dispongo e non posso disporre di dati concreti. Sottolineo però che Skobelev, “testimone imparziale”, non appartiene cioè al nostro partito, conferma la conclusione di fatto a cui sono pervenuto nella prima mia lettera: la rivoluzione di febbraio-marzo è stata solo la prima fase della rivoluzione. La Russia sta oggi vivendo il momento storico originale del passaggio alla fase successiva della rivoluzione o, come dice Skobelev, alla “seconda rivoluzione”.
Se vogliamo esser marxisti e far tesoro dell’esperienza delle rivoluzioni di tutto il mondo, dobbiamo sforzarci di comprendere in che cosa consista l’originalità di questo periodo transitorio e quale tattica derivi dalle sue caratteristiche oggettive.
L’originalità della situazione è nel fatto che il governo Guckov-Miliukov ha riportato la sua prima vittoria con insolita facilità, in forza di tre circostanze principali: 1) l’aiuto del capitale finanziario anglo-francese e dei suoi agenti; 2) l’aiuto di una parte dei quadri superiori dell’esercito; 3) l’organizzazione già pronta di tutta la borghesia russa negli zemstvo, nelle istituzioni municipali, nella Duma di Stato, nei comitati dell’industria di guerra, ecc.
Il governo Guckov è preso in una morsa: legato agli interessi del capitale, è costretto a tentare di proseguire la guerra di rapina e brigantaggio, di difendere i mostruosi profitti del capitale e dei grandi proprietari fondiari, di restaurare la monarchia. Legato alla sua origine rivoluzionaria e dalla necessità di un passaggio repentino dallo zarismo alla democrazia, premuto dalle masse affamate e desiderose di pace, il governo è costretto a mentire, a tergiversare, a prender tempo, a “proclamare”, a promettere quanto più può (le promesse sono la sola cosa che si venda a buon mercato persino in un periodo di vertiginoso rincaro della vita), e a realizzare quanto meno può, a dare con una mano e a riprendere con l’altra.
In certe condizioni, nell’ipotesi per esso migliore, il nuovo governo può ritardare alquanto il crac, poggiando sulle capacità organizzative di tutta la borghesia e degli intellettuali borghesi russi. Ma tuttavia, nemmeno in questo caso, riuscirà ad evitare il fallimento, perché è impossibile sfuggire agli artigli del mostro della guerra imperialistica e della fame, partorito dal capitalismo mondiale, senza uscire dall’ambito dei rapporti borghesi, senza realizzare misure rivoluzionarie, senza appellarsi al grande storico eroismo del proletariato russo e internazionale.
Deriva di qui che non potremo rovesciare di colpo il nuovo governo o che, se potremo farlo (perché nei periodi rivoluzionari i limiti del possibile sono mille volte più ampi), non riusciremo a conservare il potere, senza opporre all’eccellente organizzazione di tutta la borghesia russa e di tutti gli intellettuali borghesi una non meno eccellente organizzazione del proletariato, alla testa dell’immensa massa dei poveri delle città e delle campagne, del semiproletariato e dei piccoli produttori.
Poco importa che la “seconda rivoluzione” sia già esplosa a Pietrogrado (ho detto che sarebbe del tutto assurdo voler valutare, dall’estero, il ritmo concreto della sua maturazione) o che sia differita di qualche tempo o che abbia già avuto inizio in alcune zone della Russia (come sembrano mostrare alcuni indizi): in ogni caso, la parola d’ordine del momento, alla vigilia, nel corso e all’indomani della nuova rivoluzione, deve essere la parola d’ordine dell’organizzazione proletaria.
Compagni operai, ieri avete compiuto miracoli di eroismo proletario rovesciando la monarchia zarista! In un futuro più o meno vicino (e forse nel momento stesso in cui scrivo queste righe) dovrete compiere analoghi miracoli di eroismo per rovesciare il potere dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti che conducono la guerra imperialistica. Non potrete riportare una vittoria durevole in questa seconda e “autentica” rivoluzione senza compiere miracoli di organizzazione proletaria!
La parola d’ordine del momento è l’organizzazione. Ma limitarsi a questo non significa ancora niente, perché, da un lato, l’organizzazione è sempre necessaria, e quindi indicare la necessità di “organizzare le masse” non spiega ancora un bel niente; dall’altro lato, chi si limitasse a questa indicazione farebbe solo eco ai liberali, giacché proprio i liberali, allo scopo di consolidare il loro potere, vogliono che gli operai non vadano più in là delle consuete organizzazioni “legali” (dal punto di vista della “normale” società borghese), cioè che gli operai si iscrivano soltanto al loro partito, al loro sindacato, alla loro cooperativa, ecc.
Gli operai hanno invece capito, con il loro istinto di classe, che in un periodo rivoluzionario hanno necessità di un’organizzazione radicalmente diversa, non solo consueta, e si sono messi giustamente sulla via indicata dall’esperienza della nostra rivoluzione del 1905 e della Comune del 1871: hanno creato il Soviet dei deputati operai, hanno cominciato a svilupparlo, estenderlo, consolidarlo, attirando i deputati dei soldati e, senza dubbio, i deputati degli operai salariati agricoli, nonché (in questa o in quella forma) i deputati di tutti i contadini poveri.
La costituzione di questi organismi in tutte le località della Russia senza eccezione, per tutte le categorie e per tutti gli strati della popolazione proletaria e semiproletaria senza eccezione, cioè per tutti i lavoratori e gli sfruttati, se si vuole usare un’espressione economicamente meno precisa ma più popolare, è un compito urgente e di primaria importanza. Anticipando sottolineo che il nostro partito (dalla sua particolare funzione nelle organizzazioni proletarie di nuovo tipo, spero di parlare in una delle prossime lettere) deve raccomandare in modo particolare la costituzione dei Soviet dei salariati agricoli, nonché dei piccoli agricoltori, che non vendono il loro grano, separatamente dai contadini agiati: in mancanza di questa condizione, non si può realizzare una vera politica proletaria, in genere [*2], e non si può affrontare correttamente la principale questione pratica, quella da cui dipende la vita o la morte di milioni di uomini: la razionale distribuzione del grano, l’aumento della sua produzione, ecc.
Ma, si chiederà, che cosa devono fare i Soviet dei deputati operai? “devono essere considerati come organi per l’insurrezione, come organi del potere rivoluzionario”, scrivevamo nel n° 47 del ginevrino Sotsial-Demokrat del 13 ottobre 1915.
Questa esperienza teorica, desunta dall’esperienza della Comune del 1871 e della rivoluzione russa del 1905, deve essere chiarita e svolta più concretamente, in base alle indicazioni pratiche che scaturiscono dalla presente fase della rivoluzione in Russia.
Noi abbiamo necessità di un potere rivoluzionario, abbiamo necessità (per un determinato periodo di transizione) di uno Stato. Questo ci distingue dagli anarchici. La differenza tra i marxisti rivoluzionari e gli anarchici non sta solo nel fatto che i primi sono per la grande produzione comunista centralizzata e i secondi per la piccola produzione spezzettata. No, la differenza, proprio nella questione del potere, dello Stato, sta nel fatto che noi siamo favorevoli e gli anarchici sono contrari all’utilizzazione rivoluzionaria delle forme rivoluzionarie dello Stato nella lotta per il socialismo.
Noi abbiamo necessità di uno Stato. Ma non tale quale lo ha creato dappertutto la borghesia, dalle monarchie costituzionali fino alle repubbliche più democratiche. Sta qui la differenza tra noi e gli opportunisti e i kautskiani dei vecchi putrescenti partiti socialisti, che hanno snaturato o dimenticato gli insegnamenti della Comune di Parigi e l’analisi che ne hanno fatto Marx ed Engels [*3].
Abbiamo necessità di uno Stato, ma non di quello di cui ha bisogno la borghesia e in cui gli organi del potere, la polizia, l’esercito, la burocrazia, sono separati dal popolo e opposti al popolo. Tutte le rivoluzioni borghesi hanno solo perfezionato questa macchina statale e l’hanno trasferita dalle mani di un partito alle mani di un altro partito.
Il proletariato invece, se vuole salvaguardare le conquiste della presente rivoluzione e andare avanti, conquistare la pace, il pane e la libertà, deve “spezzare”, per usare i termini di Marx, questa macchina statale “già pronta” e sostituirla con una nuova, fondendo la polizia, l’esercito e la burocrazia con l’intero popolo in armi. Seguendo la strada indicata dall’esperienza della Comune di Parigi del 1871 e della prima rivoluzione russa del 1905, il proletariato deve organizzare e armare tutti gli strati più poveri e sfruttati della popolazione, affinché essi stessi prendano direttamente nelle loro mani gli organi del potere statale e formino essi stessi le istituzioni di questo potere.
Gli operai di Russia si sono avviati per questa strada già nella prima fase della prima rivoluzione, nel febbraio-marzo 1917. Il problema è adesso di comprendere con chiarezza che cosa sia questa strada nuova e di percorrerla con audacia, fermezza e ostinazione.
I capitalisti anglo-francesi e russi volevano “soltanto” deporre o forse “intimorire” Nicola II, lasciando intatta la vecchia monarchia statale, la polizia, l’esercito, la burocrazia.
Gli operai sono andati avanti e l’hanno spezzata. E oggi non solo i capitalisti anglo-francesi ma anche quelli tedeschi urlano di collera e di paura, vedendo che, ad esempio, i sodati russi fucilano i loro ufficiali, come l’ammiraglio Nepelin, seguace di Guckov e di Miliukov.
Ho detto che gli operai hanno spezzato la vecchia macchina statale. Più esattamente: hanno cominciato a spezzarla.
Facciamo un esempio concreto.
La polizia è in parte decimata, in parte disciolta a Pietrogrado e in molte altre località. Il governo Guckov-Miliukov non potrà restaurare la monarchia e, in generale, rimanere al potere, senza ricostituire la polizia come speciale organizzazione di uomini armati, diretta dalla borghesia, separata dal popolo e ad esso opposta. Questo è chiaro come la luce del sole.
D’altra parte, il nuovo governo deve fare i conti con il popolo rivoluzionario, deve nutrirlo di mezze concessioni e di promesse, deve guadagnar tempo. Escogita così una mezza misura: istituisce una “milizia popolare” con cariche elettive (cosa terribilmente conveniente! e democratica, rivoluzionaria, splendida!), ma… ma, per un verso, la pone sotto il controllo, sotto l’egida degli zemstvo e degli organi municipali, cioè dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti eletti sotto le leggi di Nicola II il Sanguinario e di Stolypin l’Impiccatore!! E, per l’altro verso, chiamando “popolare” questa milizia per gettar polvere negli occhi del “popolo”, in concreto non sollecita l’intero popolo a farne parte e non costringe i padroni e i capitalisti a pagare agli operai e agli impiegati il loro salario normale per le ore e i giorni dedicati al servizio civile, cioè alla milizia.
Ecco il punto. Con questi mezzi il governo agrario e capitalistico dei Guckov e dei Miliukov ottiene che la “milizia popolare” rimanga sulla carta, mentre di fatto si venga ricostituendo pian piano e di nascosto la milizia borghese, antipopolare, che comprende all’inizio “ottomila studenti e professori” (come dicono i giornali stranieri, descrivendo l’attuale milizia di Pietrogrado) – ma si tratta palesemente di una cosa poco seria! – e che comprenderà in seguito la vecchia e la nuova polizia.
Impedire che si ricostituisca la polizia! Tenere ben saldi in pugno gli organi locali del potere! Istituire una milizia realmente popolare, che comprenda tutto il popolo e sia diretta dal proletariato! è questo il compito del giorno, la parola d’ordine dell’ora. Essa risponde in egual misura agli interessi nettamente intesi dell’ulteriore lotta di classe, dello sviluppo del movimento rivoluzionario, e all’istinto democratico di ogni operaio e di ogni contadino, di ogni lavoratore e di ogni sfruttato, che non può non detestare la polizia, le guardie, il sistema di comando dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti nei confronti di questi uomini in armi, i quali esercitano la loro autorità sul popolo.
Di quale polizia hanno bisogno essi, i Guckov e i Miliukov, i grandi proprietari fondiari e i capitalisti? Della stessa polizia che esisteva sotto la monarchia zarista. Tutte le repubbliche borghesi e democratico-borghesi del mondo, dopo brevissimi periodi rivoluzionari, hanno sempre istituito o restaurato proprio questa polizia, un’organizzazione speciale di uomini armati, separati dal popolo, opposti ad esso, subordinati, in un modo o nell’altro, alla borghesia.
Di quale milizia abbiamo bisogno noi, il proletariato, tutti i lavoratori? Di una milizia realmente popolare, che sia cioè anzitutto composta di tutta la popolazione, di tutti i cittadini adulti dei due sessi, e che inoltre riunisca in sé le funzioni dell’esercito popolare e quelle della polizia, quelle dell’organo principale e fondamentale per mantenere l’ordine pubblico e amministrare lo Stato.
Per rendere più chiare queste tesi, farò un esempio puramente schematico. Non occorre dire che sarebbe assurda l’idea di redigere un “piano” per la milizia proletaria: quando gli operai e tutte le masse del popolo si metteranno al lavoro sul piano pratico, sapranno elaborarlo e realizzarlo cento volte meglio di qualsiasi teorico. Non propongo nessun “piano”, voglio solo illustrare il mio pensiero.
Pietrogrado conta circa due milioni di abitanti. Oltre la metà di essi ha un’età che varia da 15 a 65 anni. Prendiamo la metà: un milione. Sottraiamone la quarta parte, cioè i malati, ecc., che attualmente non prendono parte al servizio civile per motivi plausibili. Restano 750.000 cittadini che, lavorando nella milizia, poniamo, un giorno su quindici (e continuando a ricevere il salario dai padroni), costituirebbero un esercito di 50.000 uomini.
Di uno “Stato” di questo tipo abbiamo bisogno!
Di una milizia che sia “popolare” nei fatti e non solo a parole!
è questa la strada che dobbiamo percorrere perché sia impossibile ricostituire una polizia e un esercito separati dal popolo.
Questa milizia sarebbe composta, per il novantacinque per cento di operai e di contadini ed esprimerebbe realmente la ragione e la volontà, la forza e il potere della stragrande maggioranza della popolazione. Questa milizia armerebbe realmente e addestrerebbe all’arte militare tutto il popolo, garantendoci così, non alla maniera di Guckov e di Miliukov, contro ogni tentativo di restaurazione reazionaria, contro ogni intrigo degli agenti zaristi. Questa milizia sarebbe l’organo esecutivo dei “Soviet dei deputati degli operai e dei sodati”, godrebbe della fiducia e del rispetto assoluti della popolazione, perché sarebbe essa stessa l’organizzazione di tutto il popolo. Questa milizia trasformerebbe la democrazia da una bella insegna, dietro la quale si maschera l’asservimento del popolo ai capitalisti e l’irrisione dei capitalisti nei confronti del popolo, in una vera scuola per le masse, che verrebbero educate a partecipare a tutti gli affari pubblici. Questa milizia introdurrebbe i giovani alla vita politica, educandoli non solo con la parola, ma anche con l’azione, con il lavoro. Questa milizia svilupperebbe quelle funzioni che, per dirla in linguaggio erudito, riguardano la “polizia del benessere”, l’igiene pubblica, ecc., impegnando in questa attività tutte le donne adulte. E non è possibile garantire la vera libertà, non è possibile nemmeno costruire la democrazia, per non dire il socialismo, se le donne non partecipano al servizio civile, alla milizia, alla vita politica, se non vengono strappate all’ambiente della casa e della cucina che le abbrutisce.
Questa milizia sarebbe una milizia proletaria perché gli operai industriali delle città vi assumerebbero un’influenza determinante sulla massa dei poveri con la stessa naturalezza e inevitabilità con cui hanno assunto una funzione dirigente in tutta la lotta rivoluzionaria del popolo sia nel 1905-1907 che nel 1917.
Questa milizia assicurerebbe un ordine assoluto e una disciplina fraterna accettata senza riserve. E al tempo stesso consentirebbe di combattere la grave crisi che travaglia tutti i paesi belligeranti con mezzi realmente democratici, di realizzare giustamente e rapidamente i prelevamenti delle eccedenze di grano e di altre scorte, di attuare il “servizio obbligatorio del lavoro”, che i francesi chiamano oggi “mobilitazione civile” e i tedeschi “obbligo del servizio civile” e senza il quale è impossibile – si è accertato che è impossibile – curare le ferite inferte dalla terribile guerra di rapina.
Il proletariato di Russia ha forse versato il suo sangue solo per sentirsi ripetere altisonanti promesse di riforme democratiche esclusivamente politiche? Non vuole esso rivendicare e ottenere che ogni lavoratore si renda conto subito di un certo miglioramento della propria vita? Che ogni famiglia riceva il pane? Che ogni bambino abbia una bottiglia di buon latte e che nessun membro adulto d’una famiglia ricca osi prendere più della sua razione di latte fino a che non sia stato garantito a tutti i bambini? Che i palazzi e i ricchi appartamenti abbandonati dallo zar e dall’aristocrazia non rimangano vuoti ma servano di riparo ai senzatetto e ai nullatenenti? E chi può applicare queste misure, se non una milizia popolare a cui le donne partecipino allo stesso titolo degli uomini?
Queste misure non sono ancora il socialismo. Riguardano la distribuzione dei beni di consumo, ma non toccano la riorganizzazione della produzione. Esse non sarebbero ancora la “dittatura del proletariato”, ma solo la “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini poveri”. Non si tratta ora di classificarle sul piano teorico. Commetteremmo un grave errore, se ci accingessimo a stendere i compiti pratici complessi, urgenti e in rapido sviluppo della rivoluzione nel letto di Procuste una “teoria” angustamente intesa, invece di vedere nella teoria anzitutto e soprattutto una guida per l’azione.
Avrà la massa degli operai russi tanta consapevolezza, energia ed eroismo da compiere “miracoli di organizzazione proletaria”, dopo aver compiuto nella lotta rivoluzionaria immediata miracoli di audacia, iniziativa e abnegazione? Non lo sappiamo, e sarebbe ozioso perdersi in congetture, perché soltanto la pratica potrà darci una risposta.
Quel che noi sappiamo bene e che, in quanto partito, dobbiamo spiegare alle masse, è che esiste un motore storico di grande potenza, che genera una crisi senza precedenti, la fame e innumerevoli calamità. Questo motore è la guerra che i capitalisti di entrambi i campi belligeranti combattono per scopi di rapina. Questo “motore” ha condotto sull’orlo dell’abisso molte delle nazioni più ricche, più libere e civili. Esso costringe i popoli a tendere al massimo tutte le forze, li riduce in una condizione insostenibile, pone all’ordine del giorno non l’applicazione di certe “teorie” (non di questo si tratta, e contro tali illusioni Marx ha sempre messo in guardia i socialisti), ma l’attuazione delle estreme misure praticamente realizzabili, perché senza misure estreme c’è la morte per fame, la morte repentina e inevitabile, di milioni di uomini.
Non occorre dimostrare che l’entusiasmo rivoluzionario della classe d’avanguardia può molto, quando la situazione oggettiva imponga a tutto il popolo misure estreme. Questo aspetto della questione è in Russia visibile a occhio nudo e tangibile per tutti.
L’importante è di capire che nei periodi rivoluzionari la situazione oggettiva cambia con la stessa rapidità e repentinità della vita in generale. E noi dobbiamo saper adattare la nostra tattica e i nostri obiettivi immediati alla peculiarità di ogni situazione concreta. Prima del febbraio 1917 erano all’ordine del giorno l’audace propaganda rivoluzionaria internazionalistica, l’appello e il risveglio delle masse alla lotta. In febbraio-marzo sono stati necessari l’eroismo e l’abnegazione nella lotta per schiacciare immediatamente il nemico più diretto, lo zarismo. Oggi stiamo vivendo il periodo di transizione dalla prima alla seconda fase della rivoluzione, dall’ “a corpo a corpo” con lo zarismo all’ “a corpo a corpo” con l’imperialismo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, dei Guckov e dei Miliukov. All’ordine del giorno si pone oggi il problema organizzativo, non già nel logoro senso del lavorare esclusivamente nelle consuete forme organizzative, ma nel senso di mobilitare le grandi masse delle classi oppresse in un’organizzazione che assolva funzioni militari, statali ed economiche.
Il proletariato si è accostato e continuerà ad accostarsi per vie diverse a questa sua originale funzione. In alcune località della Russia la rivoluzione di febbraio-marzo gli sta già consegnando quasi tutto il potere; in altre esso si metterà forse a creare con la forza ed estendendo la milizia proletaria; in altre ancora farà indire probabilmente elezioni immediate, a suffragio universale, ecc., per le Dume municipali e gli zemstvo, allo scopo di trasformarli in centri rivoluzionari, ecc., fino al momento in cui lo sviluppo dello spirito organizzativo proletario, il ravvicinamento tra gli operai e i soldati, il movimento dei contadini, le delusioni di molti cittadini nei confronti del governo di Guckov e Miliukov, che è il governo della guerra imperialistica, faranno suonare l’ora della sua sostituzione con il “governo” del Soviet dei deputati operai.
Non dimentichiamo, inoltre, di avere in prossimità di Pietrogrado uno dei paesi effettivamente repubblicani più progrediti, la Finlandia, che dal 1905 al 1907, sotto la copertura delle battaglie rivoluzionarie combattute in Russia, ha sviluppato in modo relativamente pacifico la sua democrazia e conquistato al socialismo la maggioranza del popolo. Il proletariato della Russia assicurerà alla repubblica finlandese la completa libertà, il diritto di separarsi (non c’è forse un solo socialdemocratico che possa oggi esitare su questo punto, mentre il cadetto Rodicev ha indegnamente mercanteggiato a Helsinglors su qualche mozione di privilegio per i grandi-russi [9]) e conquisterà in questo modo la piena fiducia e il fraterno appoggio degli operai finlandesi alla causa del proletariato di tutta la Russia. In una grande e difficile impresa gli errori sono inevitabili, e noi non li eviteremo, ma gli operai finlandesi sono eccellenti organizzatori e ci aiuteranno in questo campo, spingendo avanti a loro modo l’instaurazione della repubblica socialista.
Le vittorie rivoluzionarie in Russia, i pacifici successi organizzativi riportati in Finlandia al riparo di queste vittorie, l’assunzione di compiti rivoluzionari organizzativi da parte degli operai russi su una nuova scala, la conquista del potere da parte del proletariato e degli strati più poveri della popolazione, l’incoraggiamento e lo sviluppo della rivoluzione socialista in Occidente: è questa la via che ci condurrà alla pace e al socialismo.
N. Lenin
Zurigo, 11 (24) marzo 1917

Pubblicata per la prima volta su Kommunisticeski Internatsional nel 1924.